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L’enigma di Giorgione: nuove interpretazioni della “Tempesta” delle Gallerie dell’Accademia  
Giorgione è forse uno dei pittori più enigmatici della storia della pittura occidentale. I suoi quadri, raffinate e personali interpretazioni della cultura umanistica a cavallo tra XV e XVI secolo, appaiono spesso complesse matasse di simboli strettamente intrecciati che si sciolgono con difficoltà agli occhi contemporanei.

Il dipinto che forse, più di tutti, nel corso del tempo ha incarnato la cripticità della pittura di Zorzi da Castelfranco, chiamato Giorgione, è la cosiddetta “Tempesta”, il quadro emblema delle Gallerie dell’Accademia a Venezia.

Si tratta di una piccola tavola dipinta ad olio, su cui sono state scritte moltissime pagine, nel corso dei secoli, nel tentativo di dare un significato all’immagine. Recentemente, grazie a uno studio di Maria Daniela Lunghi (D.M. Lunghi, Giorgione. La tempesta, Europa Edizioni 2014), è stata avanzata un’interpretazione che pare molto convincente.

Il dipinto raffigura una donna semi-nuda scomodamente seduta su di un prato al di fuori di una città turrita, nell’atto di nutrire un lattante. Sulla sinistra, una figura maschile con un bastone o un’ascia in mano, in abiti tipici d’inizio Cinquecento, presenzia senza mostrare un particolare ruolo nella scena. Sullo sfondo prende forma un “paese” sopra il quale sembra stia per scoppiare un temporale estivo. Nel 1530, a soli 20 anni dalla morte di Giorgione, Marc’Antonio Michiel, appassionato d’arte e collezionista nobile veneziano, poteva vedere questo dipinto nella collezione privata di Gabriele Vendramin. Michiel, che pure conosceva la pittura di Giorgione, giacché ne possedeva un’opera, non sapeva comprendere il soggetto del dipinto di Vendramin, e annotava che vi vedeva una zingara e un soldato, con un “paese” in tempesta. Da quel momento in poi, “La Tempesta” diventava il titolo del dipinto: nessun altro elemento era chiaramente individuabile. Tuttavia, non è possibile che il paesaggio sia il soggetto di un dipinto cinquecentesco!

I tentativi di interpretare il dipinto sono innumerevoli. Alcuni critici hanno tentato il riconoscimento di storie classiche o bibliche. Salvatore Settis lo legge come un’interpretazione della cacciata dei progenitori, Adamo ed Eva, dal Paradiso Terrestre, che assumerebbe le forme della campagna veneta. Altri eminenti conoscitori dell’arte veneta rinascimentale propongono di leggerla in chiave allegorico-politica, vedendone un emblema della guerra di Cambrai.

Lunghi propone di legare questo dipinto alle rappresentazioni, di certo note a Giorgione e conosciute in città, di una delle leggende che circolavano intorno alla vita di san Giovanni Crisostomo. Asceta, fu convito ad accogliere in solitudine con lui la figlia dell’Imperatore d’Oriente. Ceduto alla tentazione, si unì con lei. Pentitosi per l’errore, scaraventò la principessa giù da un dirupo, credendo di averla uccisa. Pentitosi nuovamente e non ottenuto il perdono dal papa, si punì da solo decidendo di vivere come una bestia, camminando carponi e vivendo di acqua e piante. Qualche tempo dopo, l’imperatore mandò una guardia alla ricerca della figlia, e trovò la ragazza in una caverna con in braccio un bambino.

Benché con un'interpretazione diversa, dal punto di vista iconografico, rispetto ad altre note immagini, come quella incisa da Dürer negli stessi anni, Giorgione potrebbe aver qui alluso alla leggenda di san Giovanni Crisostomo.

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