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Palazzo Ducale: le meraviglie del potere

Perché visitare con una guida il Palazzo Ducale?

È davvero difficile spiegare in poche righe che cos’era il Palazzo Ducale di Venezia. Ogni descrizione, per quanto accurata, non basterà mai a descrivere il secolare febbrile lavoro dei nobiluomini veneziani devoti alla loro patria, il rumore dei passi degli ambasciatori che ne hanno calpestato i terrazzi alla veneziana, i milioni di documenti che sono stati firmati dai cancellieri, la quantità di discorsi pronunciati, il denaro speso per tenere in piedi la città. Non si riuscirà mai in poche frasi ad evocare le emozioni generate da un decreto che promette a Maria la costruzione di una chiesa in cambio del suo aiuto per la liberazione della peste, o la trepidante attesa di un dispaccio dal Bailo di Costantinopoli, o le lacrime scese al sapere ufficialmente che la flotta veneta aveva vinto i Turchi. Quale descrizione potrebbe mai rendere sufficiente onore a mille anni di storia?

Inevitabile: bisogna semplificare e selezionare, selezionare e semplificare, senza però sminuire la complessità di questo edificio che fu il cuore politico e amministrativo dello Stato veneto per secoli.

Quanto il visitatore entra a Palazzo rimane colpito dallo spazioso cortile che gli si apre inaspettato davanti agli occhi. D’estate, la pietra d’Istria si carica di luce abbagliante e si fa esaltare dal colore rossastro dei mattoni. L’aspetto unitario del cortile è in realtà un inganno: esso fu ricreato nel corso del Seicento per armonizzare le tre ali del complesso che, le prime due in stile gotico, l’ultima in stile rinascimentale, apparivano molto diverse.
Nel cortile spicca la celebre Scala dei Giganti, sopra cui si ergono impassibili e noncuranti del tempo le colossali statue di Marte e Nettuno, che ricordavano lo Stato da Terra e lo Stato da Mar. Sono opera del celebrato architetto Jacopo Sansovino.

Salendo per la Scala d’oro, monumentale scala d’onore disegnata negli anni Cinquanta del Cinquecento di nuovo sul disegno di Sansovino, si raggiungono le prime aule istituzionali, ossia le sale dove si riunivano alcuni dei consilia dello Stato.

Nella Sala delle Quattro Porte, il cui soffitto fu dipinto da Tintoretto e molto ripreso da Bambini e Guarana nel Settecento, ci si ferma di solito ad ammirare l’unico dipinto di Tiziano visibile nel percorso classico: Il doge Grimani inginocchiato di fronte alla Fede. È un telero alquanto misterioso, commissionato per commemorare Il doge Antonio Grimani dai suoi successori della sua famiglia. Accusato di aver causato la rovina della flotta veneziana nella battaglia di Zonchio contro i Turchi nel 1499, condannato all’esilio a Cherso da cui scappò, Antonio Grimani rifugiò a Roma, dove riuscì a convincere il Papa a non allearsi contro Venezia nella Lega di Cambrai. In questo dipinto commissionato dalla famiglia il doge è dunque raffigurato di fronte alla Fede, per riabilitare l’anziano doge e qualificarlo come difensore della cristianità.

Tutti rimangono a bocca aperta di fronte alla Sala del Collegio, specialmente per il meraviglioso soffitto dipinto da Paolo Caliari il Veronese. I tre dipinti principali raffigurano “Marte e Netturo”, “La fede” e “Venezia che riceve Pace e Giustizia”. Sono una lezione perfetta su come doveva funzionare un buon governo. L’allegoria che preferisco, tra quelle che ornano il soffitto, è la Dialettica: una donna che tesse una ragnatela con le mani, a ricordare il difficile e delicato lavoro di chi lavora con la testa e le parole.

Segue la Sala del Senato, dove i 120 senatori decidevano di pace e di guerra, di commercio e navigazione, di finanza e di salute pubblica e di molto altro. Non mancate di notare i due splendidi orologi e il grande dipinto soffittale di Giacomo Robusti detto Tintoretto con “Il Trionfo di Venezia” in cui si vede la personificazione della città che domina sulla terra e sul mare. Venezia, nella pittura del Cinquecento, viene raffigurata come una regina coronata che veste d’oro e porta il manto di ermellino: per creare quest’immagine i pittori fusero le iconografie di Venere, della Vergine Maria, della Giustizia, vestendola degli abiti dogali.
Quando si varca la soglia della Sala del Consiglio dei Dieci si entra un mondo di giustizia e repressione, che nessuna mente moderna occidentale può comprendere davvero. I Dieci erano giudici potentissimi, che indagavano sui crimini più alti, quelli che potevano mettere a repentaglio la vita stessa dello Stato. Alcuni dei momenti più rischiosi della storia della Repubblica, dalla congiura del doge Marin Faliero (1355, vedrete il suo ritratto oscurato nella Sala del Maggior Consiglio) a quella di Bedmar (1612), sono passati per questo gruppo di giudici. Nel soffitto della sala, si suole indicare la tela centrale, copia ottocentesca dell’originale di Veronese che Napoleone prese per il Louvre: raffigura Giove che caccia i Vizi. L’originale è questo: https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010064379

Non si può mancare di visitare l’Armeria, dove i dignitari stranieri erano invitati a scrutare i mezzi con cui si avveravano le prodezze belliche venete. Impressionano le balestre, le alabarde, le armi miste, l’artiglieria da nave, i fanò delle navi turche, forse proprio quelle di Lepanto.

Si arriva poi al cuore della visita, l’immensa e travolgente Sala del Maggior Consiglio, nella quale tutti i nobili aventi diritto di voto si riunivano con la principale funzione di eleggere tutte le cariche politiche dello stato centrale e periferico. Se serviva un nuovo Consigliere, un Avogadore de Comun, un Podestà di Padova, un Camerlengo, un Savio di Terraferma, o un nuovo Doge, era il Maggior Consiglio ad eleggerli, entro la nobiltà chiaramente. La sala fu interamente rinnovata dopo il disastroso incendio del 1577, e abbellita con teleri di Tintoretto, Veronese, Palma il Giovane, Bassano e i loro seguaci. Se vi va di leggere qualcosa di più sull’enorme tela del Paradiso dipinta da Giacomo e (soprattutto) dal figlio Domenico Tintoretto, entro il 1592, potete trovare qualche informazione in più a questo link: https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010064379

Passerete poi alla Sala dello Scrutinio, dove vi invito a dare uno sguardo almeno alla Battaglia di Lepanto di Andrea Michieli il Vicentino, dipinta probabilmente intorno al 1595. Essa raffigura una delle più celebri battaglie combattute sul Mar Mediterraneo, il 7 ottobre 1571. I cristiani, rappresentati da Venezia, Spagna e il Papato, affrontarono la flotta turca sul golfo di Patrasso, ottenendo una vittoria schiacciante. Cercate il ritratto di Sebastiano Venier, capitano da mar dei veneziani, che eroicamente combatte senza elmo sul ponte della sua galea capitana: al ritorno, sarà eletto 87° doge di Venezia nel 1577.

Infine, il percorso vi porterà al Palazzo delle Prigioni Nuove attraverso il famose Ponte dei Sospiri. Non è vero che fu Lord Byron, celebre poeta inglese, ad attribuire il nome al ponte, che così era chiamato almeno un secolo prima. Certo è che tutti possiamo facilmente immaginare i sospiri dei prigionieri che lasciavano la libertà per entrare in prigione e potevano lanciare un ultimo sguardo alla libertà fuori dalle sue finestrelle…

La Prigione Nuova fu costruita perché i Pozzi e i Piombi, localizzati nello stesso Palazzo Ducale, non erano sufficienti, per numero e spazio. Nel 1580 si avviò la costruzione delle prigioni oltre il rio, mastodontica costruzione che rimarrà in uso fino agli anni Venti del Novecento. Noterete i graffiti sulle pareti delle celle, che oggi rimangono vuote. Troverete delle celle ricostruite, tutte rivestite di legno con i letti e le mensole alle pareti. Sarete sollevati quando troverete l’uscita!

Spero che queste poche note possano essere di un qualche aiuto, e vi invito a scrivermi se vorrete essere accompagnati da me a Palazzo Ducale: ci sono infinite storie che attendono di essere raccontate!  

info@guidedvenice.com


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